La nuova sfida della leadership

… la cultura che serve, e che dobbiamo far crescere, è quella di un confronto capo-collaboratore che sia a due vie e che consenta uno scambio reciproco privo di personalizzazione dei riscontri negativi e di attacchi alla persona. Il feedback da cercare è quello in cui tutti gli attori in gioco sanno vivere la naturale fase di dialogo come un momento professionale e professionalizzante che diventi la base della crescita, sia per chi lo propone sia per chi lo riceve.

Jacopo Pasetti

Cercando la bussola

Se dal vivo le espressioni e i modi di dire sono un mezzo comunicativo fondamentale per esprimere ciò che si vuole dire senza incomprensioni, online, dietro la tastiera, le cose si complicano.
Spesso mi sono ritrovato ad essere travisato o incompreso, a volte rovinando dei rapporti.

In quei frangenti, ma in realtà in ogni momento della mia professione si è fatta quindi sempre più impellente la necessità di avere un’etica, un decalogo se vogliamo, ben delineato.
Ho capito che la tecnica, lo stile e la creatività sono solo una minuscola parte di questo lavoro e che senza delle regole morali tutto cadrebbe.

È una consapevolezza che cresce nel tempo come è giusto che sia ma che è doveroso coltivare fin da subito cosa che a volte ci si scorda di fare.
I miei valori non sono sicuramente gli stessi di quando ho iniziato ma mi hanno tirato fuori d’impaccio in situazioni in cui il mio interlocutore non sembrava professionale o peggio disonesto.

Avere una condotta ci permette di indignarci per una proposta di lavoro gratis o ancora ammettere se un lavoro è nelle nostre corde o meno o se rispetta chi siamo o in cosa crediamo.
Ci permette di poter dire NO ad una commissione piuttosto che ad un’altra e non sentirsi dei falliti per questo.
Ho capito quanto la professionalità sta in ogni gesto che si compie, da un saluto nella email a delle scuse sincere quando si fa un errore.
Negli anni ho imparato quanto il tempo fosse un valore sottovalutato. Lottate per avere tempo, quello nessuno ve lo ridarà.

Andrea Alemanno

Un manifesto sulla creazione dei siti web.

  • Before I even begin to build a website for a client, I engage in a deep conversation around two simple questions: Who is coming here and what are they looking for? I design the entire site around the answers to those two questions.
  • Anyone coming to a business website is looking for information. With the answers to those two questions in mind, I build for the purpose of delivering that information to those people with as few clicks as possible (preferably none).
  • Every time you add a page you add work for the visitor. One more barrier between them and what they want. One more thing they have to look for. One more thing they have to click. One more opportunity for them to just give up and leave. Therefore, make it as few pages as is possible and sensible.
  • An example of the above that I often give to clients during our initial conversation is restaurant websites. Almost every restaurant website could be two pages. Home page: Hours, location, number to call for a reservation or further info. Page two: Menu (In HTML, not PDF, with prices!). Thats it. I can’t think of a single restaurant website that I’ve seen that needs more than that. Yet, almost every restaurant website I visit is way more complex than it needs to be.
  • These days, almost everyone is coming to your site from a mobile device. This is especially true if your visitors are from outside of the United States. Build with that in mind (not only mobile friendly/responsive but especially choice of font types and sizes). Test everything — every page, every link, etc. — on a smartphone. Make it look good there.
  • Most businesses should hire a copywriter and editor long before hiring a web designer/builder. In fact, most should worry far less about the design of the website. People are coming for information, not how pretty it is. Focus on the words first.
Patrick Rhone

Ho trovato molto stimolante questo post di Patrick Rhone. Mi chiedo quanti ‘web- designer/developer’ riflettano attivamente su questi aspetti prima di mettere mano alla tastiera.

Obiettivi di business

A lot of business people think their job is to find a faster, better, easier way to do things. Not so. Your job is to make your users happy.
Alan Cooper

[via]

ORCID – connettiamo la Ricerca ai Ricercatori

Recupero un mio ‘vecchio’ articolo del 2013 su una questione ancora oggi importante, nonostante l’arrivo di Mendeley e/o ResearchGate e similari.

ORCID

ORCID provides a persistent digital identifier that distinguishes you from every other researcher and, through integration in key research workflows such as manuscript and grant submission, supports automated linkages between you and your professional activities ensuring that your work is recognized.

Sono venuto a conoscenza dell’iniziativa ORCID solamente qualche settimana fa, leggendo il sempre ottimo  Better Posters che ha affrontato la questione nel post intitolato: Identifying poster authors: conference organizers, ask for ORCIDs!.

Nell’articolo, partendo dall’esame del caso di una autrice di articoli scientifici che si è trovata a pubblicare prima con il suo cognome da nubile, e poi con quello da sposata, si è arrivati anche a trattare il caso delle omonimie nei lavori scientifici. E man mano che si fa carriera in ambito accademico, e con le crescenti possibilità di pubblicazione che ci sono oggi, la cosa è meno improbabile di quel che si pensi in prima istanza.

Mi è sembrato quasi drammatico constatare che si è pensato a determinare univocamente i lavori scientifici in base a criteri univoci (ad esempio attraverso la numerazione di PubMed o l’ISBN) e che ciò non sia stato assolutamente fatto per determinare univocamente di quale Losito N. (nel mio caso) si stia parlando in qualità di Autore di un lavoro scientifico.

Per questo motivo, anche se attualmente la mia attività – che è strettamente tecnologica e si svolge dietro le quinte – non mi permette di avere spesso il mio nome tra le pubblicazioni del mio Istituto, ho pensato che fosse comunque il caso di riservarmi un identificativo Orcid, e sopratutto di spargere la voce tra i miei colleghi.

Per favore fai lo stesso.

Ed ora un’ultima parola su Orcid. Probabilmente il sistema sarebbe maggiormente accetto se ciascuno di noi autori potesse personalizzare il suo account, associare un’avatar (meglio una fotografia) al proprio prifilo ed essere agevolato nell’inserimento della lista delle proprie pubblicazioni andando a cercare in banche dati esterne, contenenti tali dati (che spesso non si ricordano o è noioso andare a recuperare, ad esempio la nazionalità della rivista dove si è pubblicato). Ancora, visti i tempi in cui viviamo, a mio avviso non sarebbe male dare la possibilità di collegare al proprio profilo Orcid quelli professionali in essere su network quali Twitter, LinkedIn, Xing e simili) … per me sarebbe un bel plusvalore!